Caro sig. Marino, lei non risponde e non ci nomina. Noi, invece, non abbiamo alcun problema a farlo.
Marino, nonostante l’appello di 50 associazioni italiane, decide di rispondere solo all’articolo di una mamma, Daniela Ferraro, peraltro facendolo impropriamente [link all’articolo], riuscendo nell’arduo intento di peggiorare ulteriormente la sua posizione. Non possiamo che rivolgerci a Lui per chiarire alcuni punti.
Sig. Marino, non basta firmarsi come “padre” invece che come presidente di una associazione e di una fondazione per avere ragione, per sottrarsi al conflitto di interessi, al confronto, per non rispondere.
Lei parla dell’autismo e delle persone autistiche come se fossero delle strane entità, delle cose rotte nemmeno da aggiustare, ma da mettere direttamente in soffitta. Certamente non come uomini e donne.
Se finora ha utilizzato il racconto della disperazione portata da una diagnosi di disturbo dello spettro autistico, adesso cerca di fare lo stesso anche con le co-occorrenze, nel disperato tentativo di dare una giustificazione valida alla privazione della libertà di persone che, da questa, non possono difendersi.
Ma guardi, Sig. Marino, che dimostrare quanto una persona stia male e si comporti di conseguenza, quanto abbia bisogno di supporto, non rende il fatto di rinchiuderla un’attenuante, semmai è un’aggravante. Tutto questo rafforza la percezione che Lei e ANGSA non vogliate confrontarvi su un livello completamente diverso. Perché?
E’ possibile che, accettando un cambio di registro, dovreste ammettere che l’istituzionalizzazione di una persona è una dichiarazione di fallimento della società?
E’ possibile che una struttura, come ogni impresa, tenda ad auto conservarsi, trasmettendo alla persona (alla sua famiglia e alla società tutta) l’idea che quella sia l’unica realtà che può vivere, indipendentemente da come (forse) vi si adatterà?
Una sorta di auto giustificazione senza aver esperito alcuna alternativa?
E’ possibile che una persona senza diritti, affidata a un sistema che decide per lei, metta in atto comportamenti che non sono necessariamente frutto della sua condizione, ma della frustrazione data dalla mancanza di relazioni significative, di ascolto, di comprensione e di potere sulla propria esistenza?
Le figure professionali che lavorano nelle strutture, la percepiscono la violenza della segregazione quando la sera tornano a casa, liberi? Oppure si sentono costretti ad anestetizzarsi per non crollare sotto il peso del conflitto interiore?
E’ possibile non vedere che la tanto sbandierata inclusione è una questione di potere in cui c’è l’escluso ma anche l’escludente?
E che quell’escludente non è solo il compagno di scuola antipatico, ma è un intero sistema che esclude il diverso di ogni tipo e poi dà mandato alla società affinché lo prenda in custodia?
E che, chi lo prende in custodia, è complice, consapevole o meno, di questo sistematico processo di segregazione di vite umane a cui ci siamo assuefatti?
Vogliamo trattare la Convenzione ONU per quello che è, e cioè il sancire per legge lo spostamento dell’asse del potere nelle mani delle persone con disabilità, che ci costringe a mettere in discussione l’istituzionalizzazione?
Vogliamo ammettere che questa contraddizione tra il riconoscimento giuridico dei diritti umani e la loro negazione nei fatti e negli atti, è buona solo a mantenere il controllo sociale di chi ha il potere su chi non ce l’ha?
E questo è ciò che accade ogni volta che una famiglia si interfaccia con i servizi sociali e viene rimbalzata con superiorità, colpevolizzata perché ha troppe aspettative e pretese irragionevoli, se si azzarda a chiedere qualcosa di diverso dal solito catalogo dei servizi.
Che, ancora oggi, le uniche risposte sono i centri diurni e le comunità e se osi dire che no, tuo figlio lì non ci vuole andare, diventi un elemento di disturbo di quel potere assoluto che non vuole essere messo in discussione.
E, però, la domanda resta: perché?
Una risposta è certamente ne gli interessi economici e nel conflitto di interessi.
Un’altra, il mantra di questi mesi: perché e difficile! Davvero? E, quindi, dato che è difficile, non lo facciamo?
E poi quella che smonta ogni possibile velleità di vita: non ci sono i soldi. Va bene, ma se tutte le persone con disabilità che oggi si barcamenano con le famiglie in affanno, improvvisamente, chiedessero di entrare in una struttura, dove si prenderebbero i soldi?
Di tutto questo, cari Sig. Marino e ANGSA, insieme a tutte le altre figure e realtà che difendono questo sistema disumano e disfunzionale, vi riteniamo direttamente responsabili.
